"La minaccia terroristica è invisibile ma molto reale"

Intervista, 21 maggio 2021: Corriere del Ticino; Moreno Bernasconi

Corriere del Ticino: "Il 13 giugno si vota sulle misure di polizia contro il terrorismo. La direttrice del Dipartimento federale di giustizia e polizia Karin Keller-Sutter difende la nuova legge, oggetto di referendum."

Signora consigliera federale, in Svizzera non ci sono stati attentati terroristici gravi. Le norme vigenti non bastano per combattere il terrorismo?
"Non bastano. Disponiamo certo dei mezzi previsti dal diritto penale, ma questi possono essere utilizzati solo se un delitto penalmente rilevante è già stato compiuto. Abbiamo programmi preventivi co-finanziati dalla Confederazione e dai Cantoni ma mancano norme che autorizzano la polizia ad intervenire per sventare attentati terroristici prima che siano perpetrati. In questo ambito vi è una lacuna. I Paesi vicini dispongono già di misure di polizia per la lotta al terrorismo che noi non abbiamo ancora".

Ma per prevenire la radicalizzazione di futuri possibili terroristi la Confederazione, segnatamente la Polizia federale fedpol, ha fatto molto e con un certo successo finora...
"In gioco non c’è tanto l’azione della fedpol. Bisogna che le polizie cantonali possano intervenire efficacemente in modo preventivo. Faccio un esempio. I servizi di informazione segnalano alle autorità di polizia di un Cantone che un individuo che frequenta un club sportivo si sta radicalizzando; oppure risulta che frequenta una moschea dove si predica l’odio verso chi non è musulmano, oppure che è in contatto con persone che sono partite all’estero per combattere la Jihad. In questi casi, la polizia cantonale oggi non può agire in modo vincolante: infatti, quando ha stabilito che il caso è grave e che esiste un serio pericolo, non può attuare misure vincolanti che impediscano a un potenziale terrorista di passare all’azione. Con la legge in votazione, invece, quando la polizia cantonale è in grado di motivare che ha esaurito tutti i mezzi a sua disposizione per prevenire l’attività di un potenziale terrorista, essa può chiedere alla fedpol l’applicazione di misure incisive come il divieto di contatto con determinate cerchie, l’obbligo di presentarsi ad un colloquio, la limitazione della libertà di movimento, di uscire da una certa area o di lasciare il Paese...o in determinati casi anche gli arresti domiciliari. Tutte queste misure che oggi non possono essere attuate preventivamente nei cantoni, permettono di combattere efficacemente la radicalizzazione e di scongiurare attentati terroristici".

Capisco l’obiettivo, ma ribadisco che con i mezzi a disposizione già oggi è stato possibile prevenire attentati che all’estero sono invece stati compiuti. Lei pensa veramente che oggi in Svizzera non è garantita la nostra sicurezza contro gli attentati terroristici?
"Purtroppo il fenomeno non è visibile. Bisogna basarsi sui rapporti che ci vengono regolarmente forniti dal Servizio delle attività informative della Confederazione (SIC) e questo segnala inequivocabilmente che dal 2015 il pericolo terroristico jihadista è aumentato anche in Svizzera. Tanto meglio se non si è giunti al peggio ma occorre prevenire prima che succeda l’irreparabile. La procura federale oggi conduce 80 procedure contro jihadisti in Svizzera. Esistono cellule che rappresentano una grave minaccia, esiste una rete nazionale connessa a livello internazionale, come dimostrano casi recenti. L’attentatore di Vienna, ad esempio, era in rete con jihadisti di Winterthur; in Svizzera romanda, invece, ci sono piuttosto contatti con la Francia. Il vodese condannato a Parigi a 15 anni di reclusione pianificava attentati in Svizzera. Il pericolo è molto reale anche in Svizzera benché non sia visibile. In parte i terroristi vengono scoperti tempestivamente, altri invece purtroppo troppo tardi".

I nostri vicini europei hanno espresso l’auspicio che la Svizzera intervenga in modo più incisivo contro la minaccia terroristica?
"No, non ci sono giunte richieste di questo tipo. Mi preme tuttavia sottolineare che nella lotta al terrorismo esiste una cooperazione internazionale. Esiste già una collaborazione fra i Paesi dell’area Schengen anche in questo campo e ritengo che ogni Paese sia tenuto a fare la sua parte poiché di ciò che fanno Francia o Germania nella lotta al terrorismo approfitta anche la Svizzera e, viceversa, di ciò che facciamo e faremo noi possono trarre profitto anche i nostri vicini".

Ha motivi per credere che il divieto del burqa deciso dal popolo svizzero ci renda più di prima bersaglio di azioni terroristiche?
"No. Non abbiamo indicazioni in questo senso. Anche perché, anzitutto, il burqa non è un segno vincolante dal punto di vista religioso. E poi perché gli autori-tipo di attentati terroristici in Europa oggi non sono militanti di un movimento come Al Qaeda o il cosiddetto Stato islamico ma più che altro individui radicalizzati, seppure in rete fra loro".

Può spiegare esattamente chi sono, secondo la legge, le persone che "costituiscono una potenziale minaccia" (i cosiddetti potenziali terroristi), che vanno sorvegliate e da cui occorre proteggersi con misure invasive della privacy, di controllo sistematico e di privazione della libertà?
"Va precisato subito che questa non è una legge di sorveglianza: questo compito spetta ai Servizi di informazione. Le nuove misure introducono la possibilità di vietare i contatti (ad esempio con una moschea sospettata di attizzare la violenza o di predicare la Jihad) e gli spostamenti (ad esempio un viaggio in Siria). In casi estremi, qualora tutto ciò non abbia avuto effetto, un giudice può anche decretare gli arresti domiciliari. Le assicuro che a volte queste misure sono imprescindibili. Prenda il caso di richiedenti l’asilo iracheni che svolgono attività terroristiche, che avrebbero dovuto essere rinviati nel loro Paese ma per i quali abbiamo sospeso il rinvio perché rischierebbero la tortura o la morte. In queste circostanze una limitazione dei movimenti o dei contatti è assolutamente necessaria".

Gli arresti domiciliari per quindicenni e le altre misure MPT già per ragazzini dodicenni le sembrano interventi proporzionati? Non siamo in Siria o in Nigeria!
"Purtroppo l’esperienza ci dice che ragazzi giovanissimi si radicalizzano. Nel caso della Moschea An Nur di Winterthur si trattava di ragazzi di 15 e 16 anni. Le retate di polizia degli ultimi due anni in diversi cantoni hanno portato all’arresto di diversi minorenni che stavano preparando azioni terroristiche o attacchi alla bomba dopo aver ordinato in internet i materiali per costruirla. Vittime della radicalizzazione e del plagio sono molto spesso dei giovanissimi: pensi solo alle sette..."

Come agite nel caso di minorenni che si radicalizzano?
"Prima di tutto si applicano a livello cantonale le misure previste per la protezione dei giovani: educative e sociali. Se queste falliscono, i Cantoni possono proporre alla fedpol ad esempio il divieto di contatti con persone e cerchie che costituiscono un pericolo. Gli arresti domiciliari sono un’ultima ratio, possibile dopo attenta ponderazione da parte di un giudice e a partire dai 15 anni. Consideri che il diritto penale minorile prevede già la possibilità di condanne a partire dai dieci anni e di privazione della libertà a partire dai 15 anni".

Ma un arresto domiciliare a 15 anni è conforme ai diritti dell’uomo?
"Lo abbiamo ovviamente esaminato e fatto accertare da una perizia. Non sarebbe conforme se fosse indiscriminato. Ma qui si tratta di una misura eccezionale in casi eccezionali, per un periodo limitato di tempo, decisa da un giudice e solo qualora tutte le altre misure si siano rivelate inefficaci. Inoltre, devono essere possibili deroghe agli arresti domiciliari, ad esempio per la formazione o per la religione. In questi casi si può uscire. Tenga presente che la Francia e il Regno Unito non prevedono nessun limite di età per gli arresti domiciliari".

In Svizzera, misure preventive così pesanti di limitazione della libertà individuale esistono per altre categorie di persone che costituiscono una minaccia?
"Certo che esistono! Consideri quelle contro gli hooligan e contro i coniugi violenti: misure che prevedono il divieto di accesso ad aree determinate e il contatto con persone e cerchie di persone . Non si tratta di qualcosa di nuovo nel diritto elvetico. Non capisco perché alcuni rivolgono forti critiche a questa legge che intende prevenire attentati terroristici e non lo fanno nel caso della prevenzione della violenza domestica e negli stadi".

Questa legge si applica anche a movimenti politici estremisti?
"Secondo le informazioni del SIC, la minaccia terroristica in Svizzera oggi viene soprattutto da movimenti jihadisti e contro queste forme di terrorismo si rivolge la riforma di legge in votazione. Ma la legge può applicarsi anche a gruppi estremistici di destra che agiscono ad esempio contro sinagoghe, come è accaduto in Germania, a Halle. Ricadrebbero sotto la nuova legge anche forme di estremismo violento di sinistra come quello propugnato a suo tempo dalle Brigate Rosse o dalla Rote Armee Fraktion. Bisogna comunque distinguere fra violenza anche di gruppi perseguibile dal diritto penale e azioni terroristiche di destabilizzazione violenta dell’ordine democratico di uno Stato e dei cittadini contro le quali la nuova legge permette di agire in modo preventivo e incisivo".

Il referendum ha raccolto 140 mila firme: sono tantissime. Come spiega il successo della campagna contro la legge antiterrorismo?
"Si spiega col fatto che ai primi oppositori si sono aggiunti quelli che aderiscono al movimento "Amici della Costituzione" e si battono contro la legge COVID-19, che giudicano un’intollerabile ingerenza dello Stato e una limitazione delle libertà del cittadino da parte della polizia. Questo movimento ha raccolto le firme contro ambedue le leggi e ha quindi portato acqua anche al mulino degli oppositori alle Misure di polizia per la lotta al terrorismo. Ma desidero sottolineare: le nuove misure non riguardano cittadini normali, bensì soltanto le persone che mettono in pericolo la libertà e la sicurezza della popolazione".

Info complementari

Dossier

  • Misure di polizia per la lotta al terrorismo (MPT)

    La legge federale sulle misure di polizia per la lotta al terrorismo (MPT) è stata accettata con il 56,58 per cento dei voti il 13 giugno. Le nuove disposizioni consentono alla polizia di intervenire in modo preventivo e tempestivo se sussistono indizi concreti e attuali che una persona costituisca una minaccia terroristica. Su richiesta di un Cantone, del SIC o eventualmente di un Comune, i potenziali terroristi potranno essere convocati a un colloquio obbligatorio ed essere sottoposti a un obbligo di presentarsi, a un divieto di avere contatti o di lasciare il Paese, a un divieto di lasciare e di accedere ad aree determinate o, nei casi estremi, alla residenza coatta. Le nuove misure di polizia sono volte a impedire attacchi terroristici e ad aumentare la sicurezza della popolazione.

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Ultima modifica 21.05.2021

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