Eritrea: domande più frequenti

L’Eritrea è uno Stato monopartitico autocratico con libertà di opinione e di stampa molto limitata. Dall’indipendenza, dichiarata nel 1991, il Paese è governato da Isaias Afewerki, ovvero dal suo Fronte popolare per la democrazia e la giustizia (PFDJ). Sino ad oggi non si sono avute elezioni nazionali. La costituzione adottata nel 1997 non è mai entrata in vigore. Anche la libertà religiosa è limitata. L’Eritrea occupa l’ultimo posto nell’indice della libertà di stampa di «Reporter senza frontiere». Nel Paese non c’è una stampa libera e i media esteri non sono accessibili.

Dalla guerra di confine eritreo-etiope 1998-2000, tutti i cittadini eritrei sono obbligati a prestare un «servizio di leva nazionale» – in ambito militare o in ambito civile – la cui durata può essere indefinitamente estesa. Il luogo e il contenuto del servizio sono imposti.

Nel quadro della parte militare del servizio di leva nazionale sono perpetrate numerose violazioni dei diritti umani documentate (tra cui arresto arbitrario, tortura). Oltre ai soldati, vi sono numerose altre vittime di violazioni dei diritti umani. Si pensi in particolare a chi critica il Governo oppure ai seguaci di comunità religiose non riconosciute. La maggior parte di queste vittime sono arrestate senza beneficiare di un qualsiasi procedimento e senza che i familiari vengano informati. In Eritrea vigono condizioni di carcerazione precarie. Spesso si verificano casi di tortura.

Si stimano a 5000 i cittadini eritrei che ogni mese lasciano la loro patria. A fronte delle sanzioni delle Nazioni Unite, l’Eritrea è fortemente isolata sul piano internazionale.

Il Dossier speciale Eritrea redatto nel 2015 dalla SEM per l’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo EASO e il rapporto «Informazioni sui Paesi di origine. Eritrea. Servizio nazionale e espatrio illegale», pubblicato della SEM nel 2016, propongono una valutazione circostanziata della situazione prevalente in Eritrea e rilevante per la procedura d’asilo. Quest’ultimo è stato pubblicato nel novembre 2016 dall’EASO quale pubblicazione propria in tedesco e inglese.

Eritrea: notizie sul paese (EASO, maggio 2015) 
Eritrea Country Focus (EASO, may 2015) 
Eritrea: notizie sul paese (sintesi, agosto 2015)

Focus Eritrea: Update Nationaldienst und illegale Ausreise (August 2016)
(Questo documento non è disponibile in italiano)

Eritrea: Nationaldienst und illegale Ausreise (EASO, November 2016) 
Eritrea: National service and illegal exit (EASO, November 2016)
(Questo documento non è disponibile in italiano)

Il servizio di leva nazionale in Eritrea presenta una componente militare e una civile. Il servizio è obbligatorio per uomini e donne indistintamente e la sua durata è indeterminata. Chi presta servizio militare non ha praticamente alcuna prospettiva di proscioglimento. Per chi presta servizio civile, le prospettive di proscioglimento migliorano dopo circa dieci anni. Il Governo eritreo ha ritirato ufficialmente l’annuncio secondo cui il servizio di leva nazionale sarebbe stato limitato a 18 mesi. Diversi rapporti documentano violazioni dei diritti dell’uomo, soprattutto nel quadro della parte militare del servizio nazionale. I soldati sono spesso arrestati e talvolta torturati per il semplice fatto di aver emesso critiche nei confronti dei superiori o di aver commesso infrazioni di scarsa entità contro l’ordine. Il soldo è talmente infimo da non bastare nemmeno a coprire le spese di sostentamento dei soldati. Dalla riforma del 2015 alcuni membri del servizio nazionale ottengono una rimunerazione leggermente maggiore.

Il Governo eritreo considera il servizio di leva nazionale un progetto di ricostruzione dello Stato, cui ogni cittadino è tenuto a contribuire. Disertori e renitenti alla leva sono pertanto considerati «traditori della patria» e vengono puniti con un rigore eccessivo.

I principali motivi dell’emigrazione eritrea sono le violazioni dei diritti umani e la durata indeterminata del servizio di leva nazionale, la connessa assenza di prospettive e la repressione della libertà d’espressione.

I motivi che spingono gli Eritrei a emigrare sono quindi perlopiù direttamente riconducibili al servizio di leva nazionale. A causa dell’irrisolto conflitto frontaliero con l’Etiopia, i soldati sono mantenuti in servizio per una durata indeterminata. Nel quadro del servizio militare, le reclute sono esposte all’arbitrio dei superiori. Qualsiasi forma di critica o indisciplina è punita duramente (carcerazione arbitraria, tortura). La situazione precaria dell’economia, fortemente dominata dallo Stato e dall’esercito, va viepiù deteriorandosi. La situazione sotto il profilo dell’approvvigionamento è pessima, l’energia scarseggia e, conseguentemente alla riforma della valuta del 2015/2016 saldatasi con un insuccesso, l’economia manca di liquidità.

Chiunque critica la politica o il servizio di leva nazionale è arrestato; idem per chiunque pratica una religione non registrata (p. es. pentecostali, testimoni di Geova). Questi prigionieri sono rinchiusi in luoghi ignoti, senza procedimento e senza indicazione di un termine, e non di rado sono sottoposti a tortura. In passato tale era la sorte riservata ai disertori tornati in Eritrea. I richiedenti l’asilo provenienti dall’Eritrea ottengono asilo non già a causa della situazione economica, bensì delle pene eccessivamente severe comminate per ragioni politiche nei riguardi di disertori e renitenti alla leva in caso di ritorno al Paese.

Dopo aver lasciato la propria patria, la maggior parte dei migranti eritrei soggiorna in campi profughi in Sudan o Etiopia, giacché il proseguo del viaggio verso l’Europa o l’America del Nord è molto costoso. In Europa, la Svizzera è una meta importante per i richiedenti l’asilo eritrei. Nel 2015, poco meno di 40 000 cittadini eritrei hanno chiesto asilo in Europa, di cui quasi 10 000, ovvero circa il 25 per cento, in Svizzera.  

Paese Domande d’asilo 2014 Domande d’asilo 2015 Domande d’asilo 2016
Germania 13 200 11 000 19 100  
Svizzera 6 900 9 950 5 200  
Paesi Bassi 4 000 7 400 1 650  
Svezia 11 500 7 250 1 150  
Gran Bretagna 3 250 3 750 1 100*
Norvegia 2 300 2 950 600  
Danimarca 2 300 1 750 250*
Italia 750 750 7 700  
Francia 725 1 550 1 350  
Belgio 725 350 350  

* DK e GB: date per fine novembre 2016

Quasi tutti gli Eritrei che vengono in Europa entrano dall’Italia ma per la maggior parte non intendono restarvi. Le loro principali mete sono Germania, Svizzera, Paesi Bassi, Svezia e Gran Bretagna. In tutti questi Stati la quota di protezione nei riguardi dei richiedenti l’asilo eritrei è analoga a quella della Svizzera. Nel 2015 si è attestata al 70,3 per cento. Uno dei maggiori fattori che inducono i cittadini eritrei a venire in Svizzera è la vicinanza con l’Italia – tra quelli summenzionati, la Svizzera è il Paese che può essere raggiunto più rapidamente e con il minor costo. Tuttavia numerosi Eritrei proseguono il loro viaggio in direzione della Germania, la quale applica procedure più brevi e una prassi meno restrittiva in materia di allontanamenti Dublino verso l’Italia, il che la rende più attrattiva rispetto alla Svizzera.

Dall’inizio dell’estate 2016 si osserva un calo dell’attrattiva del nostro Paese per i richiedenti l’asilo eritrei. La maggior parte degli Eritrei è fermata in Ticino dal Corpo delle guardie di confine e non chiede asilo in Svizzera, bensì manifesta l’intenzione di attraversare il nostro Paese per recarsi in Germania, nei Paesi Bassi o in Svezia.

In seno alla diaspora eritrea in Svizzera esistono forti tensioni tra forze fedeli e avverse al regime. Molti dei fedeli al regime si sono battuti nella guerra d’indipendenza durata trent’anni (dal 1961 al 1991) a fianco del fronte di liberazione popolare eritreo (oggi alla testa del Paese sotto il nome di PFDJ) e hanno lasciato il Paese a causa della persecuzione da parte dello Stato etiope. Vivono da lunghi anni in Svizzera e molti di loro sono naturalizzati. La nuova generazione di rifugiati, giunta in Svizzera dopo il 2000, è invece fuggita dalla repressione del regime eritreo al potere ed è pertanto nettamente più critica nei suoi confronti.

Conformemente alla legge sull’asilo, alla prassi della SEM e alla giurisprudenza del Tribunale amministrativo federale (TAF), di per sé la renitenza alla leva o la diserzione non costituiscono motivi sufficienti per il riconoscimento della qualità di rifugiato. Occorre tuttavia concedere l’asilo ove la renitenza alla leva o la diserzione sia connessa con una persecuzione ai sensi dell’articolo 3 capoversi 1 e 2 della legge sull’asilo. Se dall’esame della domanda d’asilo emerge che la pena pronunciata nei confronti della persona interessata non è volta garantire l’osservanza dell’obbligo di leva ma semmai a qualificare il renitente alla leva o il disertore di avversario politico e a infliggergli una pena eccessivamente severa e trattamenti contrari ai diritti umani, è data una persecuzione rilevante per l’asilo ai sensi dell’articolo 3 della legge sull’asilo.

Sulla base dell’insieme delle informazioni disponibili, nel valutare le domande d’asilo di richiedenti eritrei la SEM dà per acquisito che in Eritrea i disertori e i renitenti alla leva sono regolarmente giudicati e puniti in maniera arbitraria dai comandanti militari al di fuori di qualsiasi procedimento giudiziario. Le sanzioni hanno spesso carattere inumano e degradante e sono estremamente severe. Possono eventualmente comprendere tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti ai sensi dell'articolo 3 CEDU. Si constata che tali sanzioni sono inflitte sostanzialmente per motivi politici (cosiddetto Politmalus).

Nel giugno 2016 la SEM ha adeguato la propria prassi nei riguardi dei richiedenti l’asilo eritrei: da allora, l’espatrio illegale non costituisce più, di per se, un motivo rilevante ai fini dell’asilo conformemente all’art. 3 LAsi. I cittadini eritrei che non sono mai stati convocati per il servizio nazionale oppure che sono stati esentati o congedati dal servizio nazionale non sono pertanto più riconosciuti quali rifugiati. Ogni caso è tuttavia esaminato individualmente e accuratamente.

La sentenza del Tribunale amministrativo federale del 30 gennaio 2017 conferma la prassi applicata dalla SEM dal giugno 2016 per l’emanazione delle decisioni riguardanti i richiedenti l’asilo eritrei. L’unica conseguenza della sentenza è pertanto il proseguo della prassi adottata sinora dalla SEM.

La legge sull’asilo vieta ai rifugiati riconosciuti di entrare in contatto con le autorità del loro Paese d’origine. I viaggi nel Paese d’origine sono compresi in questo divieto. Se ha le prove che un rifugiato si è recato nel Paese d’origine, la SEM può revocare l’asilo e disconoscere lo statuto di rifugiato dell’interessato. Le autorità federali (SEM e altre autorità) si adoperano per dimostrare, nella misura consentita dalle leggi in vigore, l’avvenuto ritorno in patria di cittadini eritrei e adottano le misure del caso.

Regolarmente vengono riportati alla SEM casi di rifugiati riconosciuti recatisi in Eritrea per le vacanze nonostante il divieto. Ciò presuppone tra le altre cose che gli interessati abbiano versato la cosiddetta tassa della diaspora (2% del reddito) presso la rappresentanza eritrea in Svizzera e abbiano firmato un formulario in cui affermano di essersi pentiti del loro «tradimento alla patria». Con questa confessione si dichiarano parimenti disposti ad accettare la pertinente pena. Di norma, tuttavia, le persone in questione non sono punite.

Lo Stato eritreo applica una tassa ai suoi cittadini all’estero, la cosiddetta tassa della diaspora o del 2 per cento, pagata anche da una parte degli Eritrei in Svizzera. Stando al Governo eritreo tale tassa è utilizzata per la ricostruzione del Paese. Non sono tuttavia disponibili informazioni concrete sull’impiego di tale denaro. Le rappresentanze eritree all’estero esigono il pagamento della tassa prima di fornire a un cittadino eritreo determinate prestazioni consolari. Le notizie riportate dai media su eventuali violenze all’atto di riscuotere detta tassa sono state oggetto di indagini di polizia svolte da fedpol. Successivamente è stata sporta denuncia presso il Ministero pubblico. Quest’ultimo ha deciso, il 9 novembre 2015, di non avviare nessun’inchiesta penale. Su questi temi avviene uno scambio periodico tra il Dipartimento federale di giustizia e polizia e il Dipartimento federale degli affari esteri.

Di norma e a prescindere dalla nazionalità, il tasso di dipendenza dall’aiuto sociale dopo la concessione dell’asilo o l’ammissione provvisoria si situa al di sopra dell’80 per cento. Diversi i motivi: in genere occorre dapprima imparare la lingua locale. Inoltre, per integrarsi con successo nel mondo del lavoro occorre una certa conoscenza delle norme culturali vigenti sul posto di lavoro. Molti rifugiati o persone ammesse provvisoriamente devono inoltre conseguire le qualifiche professionali richieste dal mercato del lavoro svizzero, il che richiede tempo. Infine non si deve dimenticare che il lavoro integrativo vero e proprio inizia dopo la concessione dell’asilo o l’ammissione provvisoria.

Nel caso degli Eritrei vi è una serie di altri fattori che ostacolano l’integrazione: un certo numero di essi ha una formazione minima, le barriere linguistiche e culturali sono ingentissime e la maggior parte degli Eritrei non conosce la nostra scrittura e deve quindi essere per così dire «rialfabetizzata».

vai a inizio pagina Ultimo aggiornamento 23.03.2017