Una tradizione umanitaria

Da secoli persone perseguitate per motivi religiosi o politici hanno sempre cercato rifugio in Svizzera per proteggersi dai pericoli incombenti. Il motivo per questa circostanza non risiede soltanto nella situazione geografica del nostro Paese bensì anche nella sua pluralità politica, confessionale e culturale.

Ai tempi di Riforma e Controriforma furono soprattutto i rifugiati per motivi religiosi a chiedere asilo nel nostro Paese. Gli ugonotti si rifugiarono principalmente a Ginevra, città dove operava Calvino. Dopo la notte di San Bartolomeo (agosto 1572) vi giunsero più di 2000 famiglie francesi. In seguito alla revoca dell’Editto di Nantes (ottobre 1685) si verificò un notevole afflusso di ugonotti verso località protestanti della Confederazione. I Cantoni cattolici non presero parte, per motivi comprensibili, all’accoglienza di queste persone, anzi cercarono piuttosto di arrestare questo afflusso. Il 30 agosto 1687 il guardiaporte della Porte Neuve (Ginevra) contò 800 nuovi arrivi. Dopo il 1686, accanto agli ugonotti, giunsero anche i valdesi.

Verso la fine del XVII e l’inizio del XVIII secolo in Svizzera soggiornavano circa 20’000 rifugiati per motivi religiosi – Berna da sola ospitò in media circa 6’000 persone bisognose di assistenza da parte di Stato e privati. Nello spazio di una generazione la Svizzera fu attraversata da circa 140’000 profughi. Luigi XIV reagì in modo piuttosto irritato alla generosa politica d’accoglienza praticata dalla Svizzera.

In quel periodo alla popolazione indigena si chiesero grandi sacrifici. In cambio i perseguitati contribuirono a far progredire la Svizzera sia ideologicamente sia materialmente. In alcune località furono tuttavia accolte soltanto persone benestanti e preparate, mentre i poveri e le persone poco istruite vennero allontanate o si rifiutò loro la cittadinanza.

Dopo la Rivoluzione francese e nel corso del XIX secolo fuggirono nel nostro Paese soprattutto perseguitati politici. L’accoglienza di siffatti esuli cagionò ripetutamente dispute di politica interna e seri contrasti con l’estero. Nel 1837 si sfiorò addirittura una guerra con la Francia. Quest’ultima mobilitò 25’000 uomini per conferire maggiore incisività alla richiesta di estradizione di Louis Napoleon Bonaparte, il futuro Napoleone III. Bonaparte contribuì all’esito felice del contenzioso trasferendosi, di sua iniziativa, in Gran Bretagna.

In seguito alle repressioni dei movimenti liberali dopo il Congresso di Vienna e dopo i moti rivoluzionari del 1830 i Cantoni liberali accordarono asilo ai rifugiati provenienti da Francia, Piemonte, Germania e Polonia. Dal momento che la Svizzera era l’unico Stato liberale scaturito dai moti rivoluzionari del 1848, essa subì notevoli pressioni da parte degli Stati limitrofi a ragione della sua politica in materia di rifugiati. Per tale motivo fu occasionalmente necessario operare delle espulsioni.

In seguito all’approvazione della legge tedesca dell’ottobre 1878 «contro l’agire, che costituisce un pericolo per l’ordine pubblico, dei socialdemocratici» molti di loro cercarono e trovarono rifugio in Svizzera. I rifugiati dei decenni successivi furono soprattutto anarchici, nichilisti e appartenenti ad altri movimenti simili di estrema sinistra. Essi venivano tollerati fintantoché tenevano un profilo basso. Anche Lenin e Trotsky soggiornarono in Svizzera.

Durante la Prima Guerra Mondiale la Svizzera ospitò in primo luogo profughi militari ed evacuati civili.

All’epoca della Seconda Guerra Mondiale il Consigliere federale – Eduard von Steiger – diede della concessione dell’asilo una valutazione del tutto diversa. Egli coniò nel 1942 la metafora della «barca di salvataggio piena». Nell’agosto del 1942 le frontiere furono chiuse per i profughi perseguitati per motivi «razziali», in particolare modo per gli ebrei. Informazioni sulla politica d’asilo durante la Seconda Guerra Mondiale sono disponibili nell’articolo «La Svizzera e i profughi ebrei durante il nazionalsocialismo».

Nel 1956, immediatamente dopo l’insurrezione e la conseguente invasione dell’Ungheria da parte delle truppe sovietiche, la Svizzera accolse provvisoriamente 14’000 rifugiati ungheresi dei quali 7’000 restarono definitivamente nel nostro Paese. Dal 1959 molti tibetani furono accolti nel nostro Paese. Dopo l’ingresso delle truppe del Patto di Varsavia in Cecoslovacchia nel 1968 fuggirono in Svizzera più di 12’000 profughi cecoslovacchi (per la maggioranza lavoratori altamente qualificati e laureati). Essi furono prevalentemente ben accolti. Quando nel 1973 il Governo d’Allende fu rovesciato, il Consiglio federale non voleva accogliere più di 200 profughi provenienti dal Cile. Dal momento che contro questa intenzione si manifestò una certa resistenza, le autorità furono costrette ad aprire in misura maggiore le porte della Svizzera ai profughi cileni. Tra il 1975 e il 1983 fu accordato asilo a 8’200 rifugiati provenienti dal Sudest asiatico. In seguito alla proclamazione della legge marziale in Polonia nel 1981 la Svizzera accolse 2’500 rifugiati polacchi.

A partire dall’inizio degli anni ‘80 la situazione nell’ambito dell’asilo è cambiata. Il numero delle domande d’asilo è palesemente aumentato. Sorprendente è la crescente varietà dei Paesi d’origine dei richiedenti l’asilo. Molti provengono dallo Sri Lanka, dalla Turchia, dai Balcani, dall’Iraq e da diversi Paesi africani. Questa è anche una conseguenza della mobilità in aumento e del collegamento del mondo. Durante la guerra in Bosnia Erzegovina (1992-1995) la Svizzera accolse quasi 30’000 persone bisognose di protezione, durante il conflitto del Kosovo (1998-1999) 53’000. Infine, all’inizio del 21° secolo le domande oscillavano attorno alle 20’000 persone l’anno. In seguito, le cifre si sono dimezzate per aumentare nuovamente in tempi recenti.

I motivi per i quali oggigiorno le persone abbandonano il loro paese di origine e chiedono asilo in Svizzera sono molto differenti.

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vai a inizio pagina Ultimo aggiornamento 14.11.2011